annotazioni e riflessioni


martedì, gennaio 02, 2007

 

 

Auguri

È con vero piacere che Vi giro gli Auguri che Aldo Canovari di Liberilibri ha inviato a tutti i suoi amici.

 

Ma gli auguri - sottolinea - non sono sufficienti. Per quanto ci riguarda, consapevoli che i semplici auguri non compiono miracoli, ci impegneremo ancora affinché nelle coscienze degli italiani s'imprimano queste elementari verità:

Noi cittadini comuni stiamo divenendo sempre più SERVI.

 

L'individuo è sempre più preda di oligarchie politiche, burocratiche, sindacali, poliziesche e giudiziarie che celano la loro vera natura dietro un espediente linguistico: si fanno chiamare STATO.

 

Il perpetuarsi del monopolio statale della violenza, della morale, della giurisdizione, della tassazione e in tanti altri campi è reso possibile dal perpetuarsi della superstizione.

 

Ci hanno insegnato fin da bambini a guardare allo Stato con gli stessi occhi con cui guardiamo le montagne, i fiumi, il mare: un dato originario della natura, ineluttabile, eterno, e indispensabile alla nostra vita.

 

Invece, lo Stato è nient'altro che un manufatto umano, a servizio di una cricca di abili parassiti, dedita all'oppressione e alla rapina istituzionalizzate

 

Condividendo in pieno queste considerazioni mi associo agli auguri e all’auspicio.

 

 

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giovedì, dicembre 14, 2006

 

Capitalismo “sociale”

 

È tipico del fraintendimento e della confusione ideologica dei nostri momenti l’inserimento dell’aggettivo sociale a nobilitare, a rendere più accettabile, più politicamente corretto, ogni concetto, ogni idea, ogni attività.

Scopro, per dirne una, che nella mia città esiste, ed una attribuzione contesa, l’ “Assessorato al Sociale”, titolato proprio in questi termini che più vaghi ed imprecisi, più mistificatori e vuoti, non potrebbe.
 

Dalla lettura, cui mi sono dedicato sull’onda della commemorazione del suo autore Milton Friedman, di Capitalismo e Libertà, traggo questa conclusiva (siamo nel 1962) paginetta sul significato del “sociale” che fin d’allora e negli SU, cominciava a fuorviare alcuni basilari concetti.
 

A proposito del testo è paradossale far notare che sono riuscito a rintracciarlo solo dopo aver letto il necrologio di Salvatore Carrubba sul ll Sole 24 Ore, riportato da IBL:

“Da parte loro, le case editrici si guardavano bene dal tradurre i loro titoli. Quando lo facevano, sembrava che se ne vergognassero: il primo libro di Friedman tradotto in Italia, Capitalism and Freedom, s'intitolava, pudicamente, Efficienza economica e libertà, per non utilizzare un termine che allora aveva un che di sulfureo.

 Ecco, solo cercando il testo sotto quel tartufesco titolo, sono finalmente riuscito a procurarmelo.

 

La responsabilità sociale degli imprenditori e dei lavoratori

Ha guadagnato sempre più terreno nell'opinione pubblica l'idea che i dirigenti delle aziende e dei sindacati dei lavoratori abbiano una « responsabilità sociale » che va ben oltre la mera responsabilità abilità funzionale della difesa degli interessi dei loro azionisti o dei loro membri.

Questa idea trae origine da un fondamentale fraintendimento del carattere e della natura di un'economia libera. In tale economia, l'imprenditore ha una ed una sola responsabilità sociale : quella di usare le risorse a sua disposizione e di impegnarsi in attività dirette ad accrescere i profitti sempre con l'ovvio presupposto del rispetto delle regole del gioco, vale a dire dell'obbligo a impegnarsi in una aperta e libera competizione, senza inganno o frode. Parimenti, la « responsabilità sociale » dei dirigenti dei sindacati è semplicemente quella di servire gli interessi dei loro associati. Rientra nella responsabilità di noi tutti invece lo stabilire una cornice legale tale che un individuo, nel perseguimento del suo proprio interesse, sia, come scrisse appunto Adam Smith, « guidato da una mano invisibile al perseguimento di un fine che non rientra specifica-mente nelle sue intenzioni coscienti. Del resto, questa inintenzionalità non è sempre un male per la società. Perseguendo il suo proprio interesse, il singolo spesso promuove quello della società in forma più efficace di quando egli effettivamente si propone di promuoverlo. Non mi risulta che abbiano reso molti benefici alla società quanti hanno dichiarato di dedicarsi all'attività economica per il pubblico bene »

Poche tendenze possono scardinare in maniera così totale i fondamenti stessi della nostra società libera, come l'accettazione, da parte dei dirigenti delle imprese, di una responsabilità sociale diversa dalla pura e semplice responsabilità di guadagnare la maggior quantità possibile di denaro per i loro azionisti. Si tratta, infatti, di una dottrina fondamentalmente sovversiva. Se gli imprenditori hanno una responsabilità sociale diversa dalla semplice responsabilità di realizzare il massimo possibile di profitti per gli azionisti, come possono essi sapere in che concreta-mente consista questa loro ulteriore responsabilità? Possono dei privati cittadini autoproclamarsi competenti a stabilire che cosa in concreto sia l'interesse sociale? Possono essi decidere qual è la misura legittima dell'onere che essi imporrebbero a se stessi o ai loro azionisti per servire code-sto interesse sociale? È ammissibile che le funzioni pubbliche dell'imposizione fiscale, della spesa e del controllo siano esercitate da persone che, in un determinato momento, si trovano occasionalmente alla testa di particolari imprese, perché sono state scelte a ricoprire il posto che occupano da gruppi strettamente privati? Se gli imprenditori sono funzionari civili invece che impiegati dei loro azionisti, allora, in un sistema democratico, essi saranno, presto o tardi, designati ai loro posti dalle tecniche pubbliche dell'elezione e della nomina.

Milton Friedman, Capitalism and Freedom, 1962.

 

 

 

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venerdì, dicembre 01, 2006

 

Tax free day

 

“Come si evince dalle tabelle allegate, il peso fiscale dello Stato oscilla (a seconda delle fasce di reddito) fra il 60 e il 70% delle risorse complessive delle famiglie: a livelli, quindi, più che sufficienti per parlare di vera emergenza fiscale, e per concludere che il problema fiscale è - a tutti gli effetti- un problema di libertà.”

 

Finalmente il calcolo, documentato e completo, dell’imposizione fiscale TOTALE in Italia.

Per confondere le idee e minimizzare il peso dell’oppressione si parla solo di di aliquote di tassazione diretta, trascurando tutta quella indiretta che è, comunque e sempre, una tassa.

 

Grazie ai Riformatori liberali abbiamo ora un quadro preciso.

 

 

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venerdì, novembre 17, 2006

 

Opposizione

Ineludibile complemento de “Il grande Intrigo”, il volumetto “Prodi, Telecom & C.” di Davide Giacalone per Libero-Free (3 euro più il costo del quotidiano: assolutamente da non perdere!), continua ad affondare impietosamente la sua lama affilata e competente nella “madre di tutte le corruzioni”, la malaprivatizzazione di Telecom.

LasciandoVi al documentatissimo pamphlet per scoprire e aggiornare (chè non è ancora finita) “i crimini e i misfatti” politici ed economici, voglio riportare il commento di Giacalone alla reazione della opposizione parlamentare di fronte alla scialba, ma anche arrogante e sfrontata, insussistente, inconcludente esposizione e difesa di Prodi sul caso Rovati-Tronchetti-Telecom:

Se l'opposizione non è capace di mettere in luce l'esatto contorno degli errori politici commessi da chi governa, se non è capace di renderne comprensibile a tutti la gravità, di trasmettere indignazione, di sollecitare ribellione, con chi se la deve prendere, se non con sè stessa?
Certo, se quelle cose le avesse fatte Berlusconi ci. sarebbero stati intellettuali e capi azienda, politici e padri nobili che avrebbero soffiato nel corno della protesta che avrebbero inquadrato quel malcostume nella più generale depravazione del governo, che avrebbero parlato il linguaggio della banalità perché a nessuno sfuggisse lo spessore della malefatta. E questo si chiama far politica.
Se il centro destra non ne é capace, se pensa d'impietosire qualcuno additando la differenza di trattamento, così facendo approfondisce e rimarca il sentirsi culturalmente e politicamente inferiore.

A dimostrazione di pochezza, irresolutezza ed incapacità. Non a caso, ieri, Paolo Guzzanti sul Giornale parlava di Rivoluzione Copernicana, necessaria per una vera opposizione.

 


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domenica, novembre 12, 2006

 

La via della perfezione

 

«Non ha importanza la formula con la quale l'oracolo conduce gli uomini alla scoperta della verità. Per Rousseau e Robespierre essa prende il nome di "virtù", per Saint-Simon di religione della scienza, per Hítler dí dominio del sangue e della razza, per Marx e Lenin di dittatura del proletariato. Le formule mutano e passano. La dottrina di una verità la quale, scoperta, deve essere riconosciuta e ubbidita, rimane»

(Luigi Einaudi, Prediche inutili).

 

Ultimamente, forse in maniera meno drammatica ma ugualmente oppressiva, l’oracolo, l’utopia, è la “giustizia sociale” da raggiungere con la redistribuzione forzata.

Ogni epoca ha i suoi miti e genera le menti (sedicenti) illuminate che ci trascinano, noi riluttanti, alle magnifiche sorti e progressive.

 

 

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martedì, novembre 07, 2006

 

Stato, participio passato

Il mito, sotto il peso della realtà, comincia a dare i primi timidi segnali di cedimento. Capita finalmente e sempre più spesso, anche al di fuori di cantine carbonare e di cenacoli privati, sentire la gente comune, il cuore della società reale, mettere in discussione alcuni tabù che la liturgia statuale ha sacralizzato.

La sicurezza, la giustizia, l’istruzione, la sanità, per dire quelli più evidenti, quelli in cui la sottrazione di spazi di libertà e di risorse ci restituiscono burocrazia ed inefficenza.

 

È di sabato su Libero l’articolo di Marcello Veneziani che, di fronte all’evidenza dello sfascio dello stato e delle istituzioni, non ne può più e sbotta:

Mi auguro, e vi auguro, che sia presto abolito lo Stato. È già morto dentro di noi da un pezzo e fuori puzza di cadavere: vorrei che fosse pubblicamente dichiarata la sua estinzione, a tutti gli effetti di legge. Viviamo tra ingombranti macerie, sommersi dalle rovine di uno Stato che è ormai da tempo participio passato del verbo stare. Stato di avanzata decomposizione. Tiriamoci fuori da queste rovine, prima che ci coprano definitivamente.

E prosegue, con una deviazione verso colori cupi, non riconoscendo sul momento i significati e i valori di libertà della filosofia politica radicalmente liberale, l’estremismo libertario. E si apre ad una confessione:

In questo clima è maturata l'idea di passare all'anarchia. Ma quella vera e nera, quella che propugna l'abolizione dello Stato. Quella che si firmava con la A immensa, che oggi si confonde con il logo di Annabella. Vivremmo meglio senza Stato, affidando il minimo dei servizi ad agenzie e polizze private, per la salute, la difesa, l'istruzione; e poi magari la solidarietà a chi sta peggio, o la libera associazione con chi ha la tua stessa sensibilità.

Ma si riprende:

Come alcuni sapranno, io non ero un liberista o un libertario; anzi, nutrivo amore deferente per lo spirito pubblico e incitavo a coltivare il senso dello Stato. Ma quando lo Stato è un Mostro freddo che pretende solo soldi e minaccia continuamente; quando è una Bestia da cui ricevo ogni giorno solo notizie a domicilio di balzelli, contravvenzioni, complicate procedure burocratiche, solleciti e vessazioni, e non ho una risposta contro la delinquenza, la malavita, il caso, l'invivibilità, il traffico, e via dicendo, mi dico: sciogliete le righe, ognuno fa da sé, quel che è Stato è stato.

 

Ho riportato alcuni passi significativi dell’articolo di Veneziani perché mi sono sembrati testimonianza;  perchè esprimono e danno voce ad un malessere diffuso, ad una presa di coscienza che va maturando.

Non è solo l’opposizione ad espropriazioni fiscali considerate ingiuste: sarebbe riduttivo ricondurre a mero utilitarismo la crescente disaffezione e contrapposizione al potere statuale. Il fatto nuovo che mi sembra vedere emergere è, ripeto, che cresce, nella parte attiva della società, la consapevolezza del valore e il riconoscimento del significato della libertà individuale, contro il prepotere del dirigismo statalista e dello scientismo che lo pervade.

 

Lo spirito di libertà è seme fecondo.

Chi è vicino ai temi libertari intesi come opposizione al potere, come ripudio della aggressione ai diritti naturali dell’individuo e di ogni coercitiva imposizione, riconosce come storico (ineludibile ma finito, nel senso che ha un termine) l’esito delle istituzione statuali e il loro retaggio di piccole e grandi tragedie collettive dell’epoca moderna.

 

 

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lunedì, novembre 06, 2006

 

Diciamoci la verità

Dal Foglio rosa del lunedì, un imperdibile Giuliano Ferrara.

Torsello, un altro grottesco rapimento islamista


Non so, chiederò un parere a Toni Capuozzo, l'unico di cui mi fidi. Oppure aspetterò un nuovo numero di Diario, sperando che dopo aver sputtanato quei mascalzoni che si erano inventati il "massacro di Jenin" prima che non accadesse (dico: non accadesse), e dopo aver trascinato nel ridi-colo quella carovana di girovaghi del complotto occidentale dell'11 settembre presi sul serio dai grandi media, Enrico Deaglio ci racconti con un'inchiesta vecchio stile la vera storia del rapimento delle due Simone e di quello di Gabriele Torsello.

Dovessi credere senza verifiche serie a quel che mi raccontano i poveri Tg fotoromanzati e sentimentali, i servizi segreti con il capo in persona che parla in prime time e i complimenti bipartisan di D'Alema e del Berlusca, i sottosegretari con delega ai servizi di ogni governo, i giornalisti impegnati di buon animo nella lunga faida tra sbirri e 007, e le anime buone costrette a commentare il soggiorno francescano fra i lupi delle varie Simone e dei vari Gabrieli, mi sputerei in faccia, non una, ma due volte, tre volte, mille volte.

Preferisco, nell'interesse del lettore e mio, che mi sputi in faccia il partito umanitario, saprò lavare l'onta. Ma l'autosputo no. Vi dico dunque che cosa non torna - secondo me - in tutte queste storie a lieto fine, le uniche di cui questo paese di stronzi si inorgoglisce, mentre quelle tragiche, con un Quattrocchi impresentabile e poverocristo che dice "vi faccio vedere come muore un italiano" sembrano fatte apposta per farlo vergognare di sé. Ecco, niente torna. E tutto torna alla perfezione.

In Iraq e in Afghanistan agiscono persone e organizzazioni cosiddette umanitarie border line, un po' di qua e un po' di là. Per di qua intendo il regime di protezione assicurato agli occidentali dai soldati che muoiono per la libertà di tutti combattendo allo scopo di intimare la pace agli assassini e banditi islamisti, dotare di costituzioni e governi eletti quei paesi sventurati, tutelare milioni di iracheni e di afghani abituati al taglio delle mani, alla lapidazione nello stadio, alla segregazione delle donne o ai gas anticurdi, alle stragi antisciite, ai giochi neroniani della corte di Saddam (a proposito, quando lo impiccano?). Si chiamano Emergency o Un ponte per... con i puntini sospensivi che fanno tanto universalista. Sotto la protezione delle nostre baionette, che a loro fanno peraltro assai schifo, los umanitarios praticano la carità in pieno sole, in modo che la mano destra sappia sempre quello che fa la sinistra, in modo che se ne possa parlare molto allo stadio e da Fazio, e che sulla base della carità, questi laici che insegnano il cristianesimo agli altri, quando non direttamente l'islam, si possa fare politica en plein air, come eroi sentimentali che ne sanno una più del diavo­lo perché, come ripetono ossessivamente e narcisisticamente, loro lavorano sul campo.

Border line, dicevo. Un po' di qua e un po' di là. Per di là intendo quel che tutti sappiamo. Gli aguzzini e i terroristi loro li chiamano umanitariamente resistenti, i baathisti sono "il grande popolo iracheno" di cui parlarono per ringraziarlo le due Simone al ritorno in patria, Corano in mano come gentile cadeaux dei rapitori; e l'islam in marcia che ci convertirà tutti è quello talebano rappresentato dal fotografo vestito da imam che dice di aver soggiornato al buio per ventitré giorni ma di aver trovato consolazione nella lettura del Corano, sempre al buio, si suppone. Ecco, questi sono un po' tanto di qua e un po' tanto di là.

A un certo punto, in circostanze misteriose, vengono rapiti. Poi, in circostanze felicemente misteriose, vengono rilasciati. In mezzo tanti altri misteri, stavolta grotteschi. Telefonini che squillano. "Ciao Gabriele, come va la prigionia?". Mediatori che si affollano. Momenti di panico alla conquista dell'opinione pubblica: ue', questo lo ammazzano. Poi il lieto fine, con un afghano di Emergency che va a prendere il fotografo afghanizzato su un ciglio della strada. Oppure, come a Baghdad, telecamere che riprendono il rilascio in burnus appena lavato e stirato. Testoline di futuri candidati al Parlamento, come quell'abruzzese della croce rossa, che si fanno vedere e fanno ciao ciao con la manina. Poi comizi islamo-pacifisti, magari in piazza del Campidoglio. Servizi italiani che fanno il loro mestiere e anche qualcosa di più, in mezzo a qualche vanteria di troppo. Infine il mistero più grottesco di tutti. Quel segreto di stato che non protegge gli agenti occidentali quando fanno il loro lavoro e deportano al Cairo il famoso Abu Omar, quel segreto invece funziona benissimo, e i dottori Spataro dell'intera magistratura italiana dormono della grossa, per negare e ancora negare che sia stato pagato un riscatto.

Il principio di legalità, come tutti i principi in bocca agli ipocriti che vi si poggiano sopra, sa bene come piegarsi alle circostanze. Niente riscatto, dunque. Non sia mai si possa pensare che i nostri quattrini vanno a finanziare gli attentati contro i nostri soldati, e l'acquisto di armi per il jihad. Che rafforzino quelli che hanno mozzato la testa Daniel Pearl, il giornalista ebreo del Wall Street Journal per il quale non ci fu scampo né lettura del Corano.

Ce li hanno ridati, los umanitarios, perché siamo bravi, abbiamo i servizi andreottiani più ammanicati d mondo, facciamo una politique arabe à l'italienne che non ha rivali. Fossi un adepto della setta di Chiesa Giulietto, direi che questi se la rapiscono e se la cantano da soli. Siccome non sono un complottista, non lo dico.

Dico che vorrei sapere la verità, che magistratura e il Parlamento dovrebbero fare questo mestiere di accertamento, e che quando Gino Strada dice che la sua organizazione benevola tiene aperti canali decisivi con il nemico islamista, e se ne vanta, non ha torto.

Solo che per quei canali passano i riscatti umanitari con cui si riforniscono i nostri nemici. Complimenti allo stato e a chi ci crede.

Giuliano Ferrara – 6 nov 2006

 

 

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giovedì, ottobre 26, 2006

 
Diritti naturali

Benedetto XVI, Bondi e Stefania Craxi

 

Al direttore
L’onorevole Sandro Bondi, nel suo ultimo libro, cita Benedetto XVI (“La dignità dell’uomo e i suoi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana”) e fa suo il concetto di “sana laicità”, qualificandolo come “modo di esercitare il potere secondo i limiti imposti da Dio”.
Io non credo in Dio. Ma se Bondi crede che Dio abbia concesso all’uomo diritti inalienabili, limiti che il potere secolare non dovrebbe superare, sono in perfetta sintonia con lui. Quando Bettino Craxi si dimostrò aperto alle possibilità di salvare la vita di Aldo Moro contro la tanto conclamata “ragion di stato”, pose un steccato oltre il quale neanche lo stato poteva andare: la dignità della vita umana, dimostrando più coraggio anche della chiesa di allora.

Ora Benedetto XVI, affermando che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, si dimostra più coraggioso della politica e degli stati europei. L’uomo ha diritti inalienabili, punto. Da dove vengano, se da Dio o dalla sua natura, non è importante. Ma è importante dove portano: una battaglia culturale comune dei laici e dei credenti che abbia al centro la dignità dell’uomo persona. Di questo abbiamo parlato ieri durante la presentazione del libro dell’onorevole Bondi, insieme a monsignor Rino Fisichella e altri deputati di Forza Italia.

Stefania Craxi – 26 ott 2006, lettera al Foglio

 

 

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mercoledì, ottobre 25, 2006

 

Vischiana

 

«I fatti sono questi: il governo, come un bandito, dice all'individuo: "O la borsa o la vita". E una larga parte, se non la maggior parte, delle tasse viene pagata sotto questa minaccia.»

Lysander Spooner (1867), Nessun tradimento 6. La Costituzione senza autorità, in I vizi non sono crimini, Macerata, Liberilibri 1998

 

 

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domenica, ottobre 22, 2006

 

Comunismo

Non c’è niente di meglio del capitalismo. È libero scambio. È baratto. Da Gimbels, se protesto con il commesso, “Questo non mi piace”, come la risolvo? Se la cosa diventa ridicola vado via, “Vai a farti friggere, amico, addio”. Che mi può fare anche se fosse il presidente della Gimbels? Potrà rifiutarmi l’ingresso nel suo emporio, ma posso sempre andare da Macy’s. In pratica non mi può danneggiare.

Comunismo è una grande compagnia telefonica. E lo Stato controlla. Se mi incazzo con quella compagnia che faccio? Finirò, come un pazzo, con una scatola attaccata a un filo.

 

Lenny Bruce, Communism, “The Midnight Concert”.

 

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martedì, ottobre 17, 2006

 

Pubblicità !

 

Il tetto gentiloniano sia pure nobilitato dall'aggettivo antitrust è illiberale e liberticida.

 

Potrei iniziare, e concludere, con la perentoria affermazione di Antonio Martino, nell’articolo di oggi su Libero, che dice già tutto quello che razionalmente e correttamente si può e si deve dire su questo aspetto della riforma televisiva del governo Prodi.

Ma mi perderei il piacere di rilevare alcuni fatti e di insistere sugli argomenti e sulle ragioni che il liberale “semplice” Antonio Martino, sconsolatamente, evidenzia.

Perché tutto quello che si sente, si legge e si vede, Gentiloni era da Ferrara ad ottoemezzo, gira attorno all’argomento fondamentale senza mai, a mio modo di vedere, centrarlo.

Si sta lì a discutere su quante reti, di chi debbono essere, pubbliche o private, su dove metterle, quando metterle, quali i compiti, quali i limiti e quali gli obiettivi, e alla fine si resta invischiati, (anche Ferrara, magari in nome del “realismo politico” contro i principi che tanto nessuno li segue, sono tutta fuffa e chiacchere) si confondono le idee alla gente e si elude l’unica soluzione concreta: lo stato faccia le due-cose-due che deve fare e lasci tutto il resto all’iniziativa privata.

 

Nella storia televisiva italiana - e soprattutto dopo l’avvento delle televisioni “commerciali”, da notare il disprezzo del termine in raffronto alla tv seria, quella di stato che interpreta la logica del “palinsesto pedagogizzante” - la pubblicità è sempre stata al centro dell’attenzione dei governi e dei poteri forti ed ha subìto, sempre, controlli, regolamentazioni e restrizioni.

Al solito, con il pretesto di guidare ed educare il cittadino che guarda la Tv, considerandolo un minus habens che non sa badare a sé stesso, lo stato, attraverso i suoi operatori, si è sentito in dovere di fissare con minuzia la presenza pubblicitaria in percentuali sulla programmazione e in valore complessivo rispetto al totale della spesa pubblicitaria. Ovviamente il vero scopo era, e tale è rimasto, quello di impossessarsi della torta e tagliarne e distribuirne le fette con la stessa “equità” e “giustizia” della favola della cena del leone.

 

Se qualcuno la paga veramente la pubblicità, - escludiamo allora le distribuzioni pubblicitarie che sono assimilabili a tangenti o a pizzi, quelle delle aziende di Stato, la Pubblicità Progresso, ecc. che continuerebbero a farla indipendentemente dal ritorno economico (le FFSS non farebbero meglio a lavare le carrozze piuttosto che gettare soldi in spot, che poi, tanto, se uno deve prendere un treno quale altro può prendere) - perché non deve poter scegliere dove farla?
Perché deve esistere, definito per legge, un manuale cencelli dello spot: un tot in tv, con relativa suddivisione; un tot sui giornali, con qualche sotterranea indicazione; un po’ a destra, un po’ a sinistra, che se le cose più viste o più lette sono al tetto, ne beneficiano, automaticamente, anche gli incompetenti e i meno capaci?

 

Il limite imposto adduce come giustificazione quella di impedire che la pubblicità si riversi tutta sulle tv, e magari sulle tv “commerciali”, dove evidentemente rende di più, ma che danno noia al monopolio dell’informazione, lasciando a secco la carta stampata.

Ma questa è veramente grandiosa, è una sagra di beneficenza! Oltre ad avere sussidi, soldi nostri, per mantenere una presunta pluralità (che a dire il vero non trovo: tante testate ma tutte con la bocca attaccata alla mammella che dà più latte, quella di sinistra) la stampa ha diritto di avere, per autorità statal-governativa, una quota pubblicitaria fissa da dividersi.

 

A questo punto del discorso non mi resta che riportare il brano dell’articolo citato, dove con un paragone esemplare e di lapalissiana evidenza, Martino liquida come liberale e liberticida il “tetto” gentiloniano. Come ogni intervento dirigista dello stato nella vita e nell’economia dei cittadini. Amen.

Il "tetto" gentiloniano non è una misura liberale, ma il suo contrario, un provvedimento illiberale e liberticida.

Per comprendere meglio la questione analizziamo un caso apparentemente non collegato: le elezioni politiche. Il risultato elettorale dipende dalle libere scelte degli elettori e a nessuno verrebbe in mente di sostenere che essi non possano votare come credono, quel diritto è unanimemente considerato inviolabile. Dopo che i milioni di elettori, ognuno per proprio conto e nel modo ritenuto più opportuno, hanno esercitato il proprio diritto a scegliere per chi votare, i vari partiti si vedono attribuita una certa percentuale del voto totale. I partiti non sono in grado di determinarla, essa si forma grazie alla somma di milioni di scelte dei singoli elettori.

Supponiamo che un partito riceva il 60% del totale dei voti. Vi sembrerebbe sensata la posizione di chi dicesse che quella percentuale è troppo alta, mette in pericolo la democrazia, lasciando troppi pochi voti ai partiti concorrenti? Sareste disposti ad accettare l'introduzione di un tetto massimo alla percentuale di voti che un partito può ottenere?

Democrazia addio
Oltre tutto, perché quel tetto possa essere rispettato bisognerebbe vietare agli elettori di scegliere come credono il partito per cui votare. Vi sembra che sarebbe una scelta democratica, liberale, civile?

 

 

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lunedì, ottobre 16, 2006

 

Può la tassazione essere giusta?

A margine della trasmissione Ottoemezzo su LA7 di venderdì scorso.

 

Il tema era “Furto si' furto no? Una finanziaria comunque da rifare” che, titolo accattivante a parte, era comunque un girare attorno al problema vero.
L’attribuzione all’imposizione fiscale del concetto di giustizia, al quale si è anche dato un significato etico richiamando il settimo comandamento, è soltanto un espediente della classe politica che esercita il potere, o un’utopia dei filosofi che vivono nel mondo dei sogni e della irrealtà, per attirare consensi, per giustificare e perpetuare la presenza dello stato, per camuffare la voglia di potere sotto il velo dell’altruismo e della solidarietà.

 

La tassazione è di per sé ingiusta, è una “imposta” che trae fondamento dal potere di chi  la impone con la coercizione, e non risponde a nessun requisito contrattuale.

Il primo di questi, la possibilità di rescissione, è assolutamente impedito e addirittura marchiato come “peccato”; manca il requisito della volontarietà come pure quello della indicazione e definizione dell’oggetto dello scambio.

Le tasse vengono “imposte” con l’unico criterio di compensare la crescente e continua invenzione di spesa statale, per cui oltre a quanto lo “stato” decide di destinare, chessò, alla sanità, o alla scuola, il prelievo è utilizzato per trasportare su è giù per l’Europa i rifiuti della Campania, o ad organizzare viaggi di promozione personale in paesi in cui magari esistono già, all’uso di pied-à-terre, ricche sede di rappresentanza.

 

Mancando i requisiti contrattuali (che per taluni sono ereditati alla nascita, come il peccato originale, e automaticamente accettati) la tassazione, come qualsiasi altra forma di coercizione sull’individuo è iniqua ed ingiusta in quanto lede, dissacra, espropria il diritto fondamentale della proprietà individuale:

«”Dove non c'è proprietà non c'è giustizia” è una proposizione altrettanto certa quanto qualunque dimostrazione che si trovi in Euclide: poiché l'idea di pro­prietà essendo un diritto a qualche cosa, e l'idea cui si dà il nome di "ingiustizia" essendo l'invasione o la violazione di quel diritto, è evidente che, una volta così stabilite queste idee e attribuiti loro questi nomi, posso sapere che questa proposizione è vera con altrettanta certezza come quando dico che un triangolo ha tre angoli eguali a due retti»
(John Locke, Saggio sull’intelligenza umana, 1690/1994).

 

Nel corso della trasmissione, muti gli interlocutori mentre la signora Armeni (RC) irrideva quasi le espressioni usate da Antonio Martino nei confronti di TPS:“Questa baggianata vetero-statalista della distribuzione del reddito ad opera dello Stato e della sua successiva ridistribuzione dovrebbe essere stata consegnata all'immondezzaio della storia con la fine del comunismo reale” (vedi sotto), il ministro Ferrero, sindacalista promosso alla politica, usciva candido, ma sicuro, con l’affermazione che la tassazione è giusta in quanto lo Stato ha più capacità e competenze del contribuente nell’allocazione delle risorse, (peraltro da lui prodotte e a lui strappate, ndb) e confessava la sua adesione alle teorie, da tempo sconfessate, di Keynes.

 

Nessuno ha ricordato quanto, nel suo The Road to Serfdom, Hayek ha riportato da Adam Smith:

“È evidente che ognuno, nella sua condizione locale, può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie di industria che il suo capitale può impiegare. L’uomo di Stato, che dovesse cercare di indirizzare i privati relativamente al modo in cui dovrebbero impiegare i loro capitali, non soltanto si addosserebbe una cura non necessaria, ma assumerebbe un’autorità che non solo non si potrebbe affidare tranquillamente a nessuna persona singola, ma nemmeno a nessun consiglio o senato e che in nessun luogo potrebbe essere più pericolosa che nelle mani di un uomo tanto folle da ritenersi capace di esercitarla”.

 

Del resto se anche Hayek ha confessato: “… anche a me è occorso molto tempo - dalla mia prima posizione (…) - per esprimere la mia teoria riguardante la dispersione dell’informazione, dalla quale seguono le mie conclusioni circa la superiorità delle formazioni spontanee rispetto alla direzione centrale” non possiamo stupirci se il ministro Ferrero, evidentemente a digiuno di tali riflessioni, ne è ancora all’oscuro.

Quello che ci preoccupa è che lui, come tutti gli statalisti fautori della coercizione fiscale, mai  potranno arrivarci.

 

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venerdì, ottobre 13, 2006

 

Dall’utopia al totalitarismo

 

Se vi è sfuggito, se non avete letto “L’utopia jihadista” di Carlo Panella, fatelo ora e vi si chiariranno gli schemi fondamentali della contrapposizione (jihad, guerra santa) tra l’Islam e l’Occidente, ma soprattutto troverete documentata l’incapacità, colpevole e reiterata incapacità, delle democrazie moderne di interpretare e di sminare i fenomeni totalitari che hanno percorso la modernità nell’ultimo secolo.

(Lo trovate su Tempi, o qui sul sito dell’autore e merita una lettura approfondita.)
 

Panella parte da un assunto forte, inderogabile: il fascino perverso dell’utopia, trascendenza incarnata, che ammalia i popoli e strega le menti, al punto che, obnubilando gli effetti, le democrazie non sanno ammettere che, nella modernità, il totalitarismo altro non è che un sistema per incarnare nella storia una utopia. Per eliminare tutti quelli che l'ostacolano”.

Si è verificato nel passato di fronte ai totalitarismi socialisti e nazisti, si ripete adesso di fronte a quello islamico.

E l’Occidente laico non vuole capire. Per debolezza intrinseca, per comodità, per rifiuto di scelte e responsabilità è portato a prediligere i valori del dialogo e dell’appeasement, che risultano essere, invece, soltanto il rifugio dell’indecisione e del pilatismo.

È “la sordità della cultura europea che, prigioniera, della dea Ragione, legge tutto con ridicoli, ripetitivi schemi: un po’ di marxismo, un po’ di terzomondismo, un po’ di antimperialismo. Di qui lo sconcertante Ralf Dahrendorf che definisce il terrorismo islamico “una banda criminale”. Una Spectre.”

 

Se non riusciamo a capire la reale identità del problema rimarremo sempre succubi delle ideologie terzomondiste e cadremo nella sindrome colpevolistica, continueremo a chiedere scusa.

Di cosa, poi. Perché da sradicare è la concezione che il jihad, delle lotte di “resistenza” e del terrorismo armato, sia una risposta eccessiva, una reazione sanguinosa agli eccessi e alla prevaricazione imperialista dell’Occidente, e che “la radice dell’odio contro l’Occidente (e la cristianità, e l’ebraismo) di tanta parte della platea islamica [sia] ‘nei torti dell’Occidente’ ”.

Si attribuiscono all’islam rivoluzionario, che è concezione totalizzante ed egemonica di una ideologia religiosa che ignora stato ed individuo, i connotati politici dei movimenti irredentistici, di liberazione territoriale, e come tali si crede di poterli affrontare e ingabbiare diplomaticamente, cedendo a presunte rivendicazioni nazionaliste.
 

Ripetendo errori già percorsi, cancellando la memoria anche più recente, non si legge come questi pregiudizi siano analoghi ed abbiano la stessa valenza sopraffattrice delle ideologie che hanno accomunato tutti i movimenti socio-politici che hanno sinistramente illuminato il “secolo breve”.

Il nazi-fascismo, il comunismo, ed ora l’islamismo teologico e jihadista, non sono stati, non sono, una aberrazione criminale, imputabile ad un gruppo degenerato assetato di potere e di sangue.

Sono invece una “morale” edificazione di una società migliore, fondata sulla razza “perfetta”, sulla classe “perfetta”, sulla religione “perfetta”. Perfetta e totalizzante. È la razionale e lucida creazione dell’Uomo Nuovo.

Per questi obiettivi etici era “necessario e iscritto nella Storia, ineludibile” eliminare quanti si opponessero e fossero d’ostacolo al “mondo migliore”: fossero ebrei, o kulaki, o borghesi, o intellettuali. Ed ora cristiani od ebrei.

«La Repubblica Islamica è un sistema che si basa sulla fede nel Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell'evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio»: Costituzione Iraniana.

«L'ultimo giorno non verrà fino a quando tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e li uccideranno»: Statuto di Hamas.

 
 

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mercoledì, ottobre 11, 2006

 


Colpevoli, false, illusioni.

 


Davanti ai fallimenti, agli errori e alle bugie di Prodi e del suo governo (adesso TPS sostiene che lo scippo del TFR era concordato con Confindustria che smentisce, asserendo di averne le prove), si susseguono sui giornali, su tutti i giornali, accuse, recriminazioni o quantomeno dissociazioni. Però.

 

Però è giusto sottolineare, come fa Salvatore Scarpino sul Giornale, un punto fondamentale che inchioda alle loro responsabilità certe adesioni (ricordiamo l’endorsement di Paolo Mieli sul Corriere), per non dire di complicità, fiancheggiamenti o altro: “oggi, in coro, come il bambino della fiaba, le «teste d’uovo» dell’establishment, i grandi tecnici, gli accademici di conclamata fama, impreziosita da un sinistrismo moderato e con uso di mondo, scoprono che il Professore è nudo…”.

 

Ma cosa si aspettavano, quelli stessi che oggi prendono le distanze, e sono soprattutto le prime firme del Corriere, cosa si aspettavano da un uomo che aveva fallito come presidente Iri, che ha lasciato pessimo ricordo come presidente della commissione europea, abile solo ad incrociare interessi personali e familiari con cariche istituzionali ed incarichi “sliding doors” con merchant bank multinazionali? Quale fiducia di apertura ai mercati, quale aspettativa di liberalizzare economia e società, poteva rilasciare un boiardo di stato per di più contiguo e sottomesso alla sinistra reazionaria, comunista, stalinista, fiera del nome e del simbolo che è stato lutto, iattura e  disgregazione civile per cinquant’anni in Europa e nel mondo?

 

La cosa grave che maggiormente dovrebbe deludere e indignare riguarda proprio quei commentatori politici, gli editorialisti, le “teste d’uovo” come ironicamente li ha chiamati Scarpino.
Perché banche, grandi industrie, sindacati si sono accodati certamente per interesse, fino ad ora ben riscosso, ma loro, i “maitre a penser” della carta stampata e dei salotti televisivi, perché?

 

Se non per interesse, anche se non mi sentirei di escluderlo, allora per incapacità di lettura o, peggio, faziosità politica che viene a squalificare la loro autorità di commentatori imparziali.

Certo saranno abili a defilarsi, hanno già cominciato; sapranno al solito scindere gli errori dell’uomo dalla validità del progetto e dell’esperienza politica, ma resta il giudizio negativo per il sospetto di collusione e di asservimento, per le risultanze di strabismo o di cecità intellettuale.

 

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sabato, ottobre 07, 2006

 

Non rubare

 

Non posso esimermi dal riportare quanto, con l’indignazione che il fatto gli solleva e con il rigore e il sarcasmo ironico che gli è proprio, il liberale Antonio Martino ha scritto nei riguardi delle affermazioni del ministro Padoa-Schioppa.

Questi, in forma del tutto avventata e sprovveduta, da burocrate asservito alla politica vetero-sinistra, aveva agitato, con toni tra il paternalistico e l’inquisitorio, lo spettro del settimo comandamento con le conseguenze, gravide di disprezzo e di riprovazione, che il governo (e l’Altissimo) avrebbero fatto ricadere, quasi marchio di infamia, sui “peccatori”.

Non voglio dilungarmi oltre e ritardare il Vostro piacere nella lettura del pezzo, che riporto per intero grazie a Libero.

Stato ingordo vuol tutta la torta


Nelle dichiarazioni rese dal ministro dell'Economia e delle Finanze il 3 ottobre alla Camera sulla legge finanziaria c'è un'affermazione che merita di essere commentata.

Dopo avere affermato che il governo non intende mettere le mani nelle tasche degli italiani, Padoa-Schioppa ha aggiunto che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche dello Stato. Qualcuno riterrà questa un'innocua anche se infelice battuta, ma basta un attimo di riflessione per rendersi conto che non è così.

L'affermazione dimostra che Padoa-Schioppa è implicitamente convinto che quello che io produco non è mio, ma dello Stato, e quello che io ricevo come contropartita del mio lavoro non mi è dovuto ma mi viene graziosamente concesso dallo Stato, nella misura ritenuta "equa" dalla superiore intelligenza dei nostri governanti. Da qui il corollario, che caratterizza questa Finanziaria, che il governo debba "ridistribuire" il reddito in misura più equa.

Stato ingordo e torte da spartire
Queste sinistre sono evidentemente convinte che esista una torta da dividere, che questa torta sia di proprietà dello Stato e debba essere ripartita fra i cittadini (sudditi?) nel modo ritenuto più appropriato dal governo, che nella sua superiore saggezza stabilisce chi merita di più e chi di meno.

Il logoro slogan del marxismo ottocentesco continua ad ispirare questa gente: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»!

Le cose, lo sanno persino i bambini, non stanno affatto in questi termini. Non esiste alcuna torta da dividere, esiste invece la necessità di produrre un reddito. Grazie agli sforzi individuali, il reddito viene prodotto ed ogni persona riceve per il suo lavoro, o per i frutti di esso, quanto gli altri ritengono che esso valga. Se io trasferisco ad un lavoratore un compenso che entrambi consideriamo adeguato e che prelevo da quanto legittimamente posseggo, quel compenso diventa legittima proprietà del lavoratore: cosa c'entra lo Stato?

Le tasse che paghiamo dovrebbero essere la contropartita dei servizi che lo Stato ci fornisce, un prelievo forzoso che grava su ognuno di noi. Se lo Stato non aumenta la quantità o la qualità dei servizi che ci rende, non ha alcun titolo a chiederci di pagare di più.

Questa baggianata vetero-statalista della distribuzione del reddito ad opera dello Stato e della sua successiva ridistribuzione dovrebbe essere stata consegnata all'immondezzaio della storia con la fine del comunismo reale.
Invece ci tocca di sentirla ripetere con grande sussiego dal dottor Padoa-Schioppa, che si scandalizza della riluttanza a pagare maggiori imposte da chi guadagna «centinaia di milioni di vecchie lire»! Non sarebbe male che il sullodato ministro si rendesse conto che gli inasprimenti fiscali introdotti con la sua Finanziaria colpiscono anche redditi di 2000-2500 euro al mese che, come un ex-banchiere centrale europeo dovrebbe ben sapere, sono ben lungi dall'equivalere a centinaia di milioni di lire all'anno.

Quanto poi al fatto che PadoaSchioppa, a proposito di evasione, abbia ricordato il settimo comandamento («Non rubare»), c'è da restare allibiti.

Anzitutto, infatti, non si vede come la riluttanza a consegnare i propri sudati guadagni al pubblico spreco possa essere considerata alla stessa stregua del furto. Lo sarebbe solo se fosse vero che tutto è dello Stato e che tutto ciò che io ho, lo ricevo grazie alla sua munificenza non grazie al mio la voro. Un comandamento usato a sproposito.

In secondo luogo, è semplicemente incredibile che il ministro abbia l'impudenza di parlare di furto, quando nella sua Finanziaria campeggia come entrata l'avocazione all'Inps di una parte del trattamento di fine rapporto. Quei soldi sono salario differito, sono di proprietà dei lavoratori e verranno ad essi restituiti al momento della fine del rapporto di lavoro. Come un credito dei lavoratori, arbitrariamente e forzosamente confiscato, possa essere considerato un'entrata dello Stato è incomprensibile.

Il termine tecnico per questa operazione, e non credo di esagerare, è proprio quello evocato dall'ineffabile ministro: siamo in presenza di un furto che non smette di essere tale solo perché perpetrato per legge. Oltre tutto, si tratta di un'operazione che arreca un danno alle imprese, che si vedranno costrette a finanziarsi ai tassi d'interesse di mercato anziché al tasso più basso che corrisponderanno al lavoratore al momento del pensionamento. Che questa operazione, che verrà probabilmente bocciata dall'Europa, possa essere spacciata sotto l'etichetta della "giustizia sociale" rappresenta, credo, il massimo dell'improntitudine.

Le brevi considerazioni che precedono avranno chiarito, spero, ai lettori perché l'ascolto delle dichiarazioni del ministro mi abbia fatto perdere la pazienza. Non me ne scuso e credo che non resterò solo a perdere la pazienza di fronte a queste nefandezze e la cosa è positiva perché, come non mi stanco di ripetere, la pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni.


Antonio Martino – 6 ott 2006
Deputato di Forza Italia

 

 

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giovedì, ottobre 05, 2006

 

Il giornale “L’Indipendente”, rinnovato nel logo – ci fanno sapere che la I della testata è stata disegnata da Sandro Chia, artista, – ma soprattutto nella compagine dei redattori e del direttore con il suo vice, è di nuovo in edicola.
Dobbiamo rallegrarci per questa ripresa, soprattutto se sarà, come dovrerebbe essere ovvio, indipendente.

 
E comunque comincia bene, perché ci riporta, scovato tra le pieghe della Finanziaria, - in 380 pagine ci si può nascondere di tutto - altra beneficenza fatta con i soldi dei contribuenti all’uopo torchiati.

Sembra inverosimile, ma con le regalie a Fiat (mobilità lunga), a Merloni (rottamazione del bianco), senza dimenticare gli aumenti che deputati, e a ruota i senatori, si sono autoelargiti per i prossimi due anni, hanno fatto le cose per bene, senza dimenticare nessun amico.

A onor del vero, ci sono anche dei risparmi: i “geniacci della Ragioneria Generale”, come li chiama Franco Bechis qui , da leggere per intero, nell’elaborare i conteggi della Finanziaria, hanno architettato un piano, consistente nel promuovere il 10% degli alunni che normalmente vengono boccciati ogni anno, che porterebbe “a risparmiare 18,6 milioni di euro già nel 2007 e ben 56 milioni di euro a decorrere dall'anno successivo”. È il caso di rifarsi alla antica massima “Quos deus perdere vult, dementat”.

 

Restando sul tema dello sperpero del nostro denaro, leggete allora il pezzo che riporto per intero, e ringraziamo L’Indipendente:

Un doppio regalo ai forestali
I più felici, per la legge Finanziaria pronta a sbarcare in Parlamento, sono i forestali calabresi.
Con loro, il governo Prodi è stato particolarmente generoso. Niente tagli, ma uno stanziamento di ben 160 milioni di euro per «sostenere il settore idraulico-forestale della Calabria». Cioè per continuare a pagare migliaia di sussidi a lavoratori che, spesso, svolgono una seconda attività. In nero. «Il governo ha capito le nostre ragioni, anche se non era facile trovare i soldi. Un motivo in più per ringraziare Prodi» commenta soddisfatto Agazio Loiero, presidente della regione Calabria. E gli esperti di politica locale aggiungono un piccolo, ma significativo retroscena: il “regalo” a Loiero è anche un piccolo sgambetto di Prodi ai dirigenti della Margherita, il partito che il governatore calabrese ha deciso di lasciare per mettersi in proprio, cioè dalla parte dei fedelissimi del premier. «Adesso la Regione non può tirarsi indietro, e dovrà fare la sua parte con il cofinanziamento per chiudere il bilancio del 2006» avverte Giuseppe Gualtieri, segretario regionale della Fai- Cisl. Traducendo l’auspicio con i numeri, si tratta di altri 30 milioni di euro l’anno. Il conto dei forestali sembra infinito, e tutti, governo e regione, sono pronti a pagarlo. Anche in tempi di tagli della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale.

L’Indipendente

 

 

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sabato, settembre 30, 2006

 

Andrea's version

 

La Finanziaria sarà di 33,5 miliardi, sopra i 70 mila euri pagheremo il 43 per cento, 7 miliardi di lotta all’evasione, 5 miliardi di tagli ai comuni, 20 per cento di tasse sulle rendite finanziarie, e sono 2,5 miliardi di entrate, redditi esenti fino a 14.700 euri, 1 miliardo in più dal demanio, esentasse fino a 8.000 euri, fino a 10.300 con il coniuge a carico, fino a 12.540 con coniuge e 1 figlio, a 14.750 con 2. Poi. 34 milioni i veicoli circolanti, 600 mila Suv oltre i 2.000 di cilindrata, sgravi per “Euro 4”, 3 per cento di prelievo per pensioni sopra i 5.000 euri, contributi dal 17,6 al 20 per cento per gli autonomi, che fanno 4 miliardi in più, 5 punti di cuneo fiscale in meno, meno 7 miliardi, o forse 6, forse tutti nel 2006, forse il 40 per cento nel 2007, 5 miliardi di addizionale comunale Irpef, ticket sanitario da 36 a 40 o 41 euri, 3 miliardi in arrivo, le entrate per gli studi di settore passano da 5,1 miliardi di fatturato a 7,5 miliardi, più 900 milioni dagli enti inutili.

Dice Tommaso Padoa-Schioppa che “i numeri parlano da soli”. Se è per quello anche i matti.

Andrea Marcenaro su Il Foglio di oggi, sabato 30 set 2006

 

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venerdì, settembre 29, 2006